Caro Luca, premesso che la persona che scrive non ha la presunzione di sentenziare o condannare il suo lavoro, dal momento che è una persona che, come lei, ama la scrittura, ma ha solo un po’ più di esperienza in questo campo (di battaglia), mi permetta di darle alcuni consigli (a mio parere molto più utili di una recensione).
Il romanzo presenta diverse carenze, prima di tutto non è curato.

Nella realizzazione di un romanzo bisogna tener presenti due aspetti: il contenuto e la forma. L’uno non può fare a meno dell’altra. Di conseguenza, nella stesura di un lavoro del genere (che presuppone almeno un anno di impegno fisico e mentale), bisogna curare i particolari, correggere, Luca, correggere tutto ciò che all’orecchio non suona come “perfetto”, senza però, nello stesso tempo, aver mai la presunzione di dire che sia perfetto. In questa ricerca della perfezione si scriveranno dei bei libri.
Sin dalla prima pagina, noto diversi errori sia di battitura (e questo è un male che si può sconfiggere con un’attenta rilettura dall’ultima pagina a ritroso, come fanno i buoni copywriter) che grammaticali o di sintassi (e questi sono da rivedere e studiare per non commetterne in futuro. Ce ne sono davvero tanti, in ogni pagina. Ci sono molti errori di concordanza soggetto-complemento e alcuni verbi usati in maniera impropria. Laddove parlava al passato ha talvolta usato il presente e dove invece parlava di un ricordo del protagonista, posto che il tempo di narrazione era il passato remoto, avrebbe dovuto usare il trapassato. Inoltre ci sono molte espressioni gergali che risulterebbero appropriate se dette da uno dei personaggi ma che risultano fuori luogo perché dette dal narratore).

Il segreto è nello studio dei campi semantici, anche se in un romanzo il campo semantico lo crea l’autore stesso. Un mio insegnante a tal proposito mi diceva sempre che non si possono mescolare parole fredde e parole calde.

È ovvio che qualche errore (seppur grave) non abbia influenzato da solo il mio giudizio che, per il momento, è negativo (Gli errori li faceva anche Salgari, che scriveva centinaia di pagine sui pirati senza neanche revisionarle).

Il mio giudizio negativo è dovuto ad altri aspetti del romanzo. Ogni libro, dalla prima all’ultima pagina, dovrebbe racchiudere in sé un insight preciso, dovrebbe presentare un mondo, portare per mano il lettore in quel mondo e poi stupirlo. Nella lettura del suo romanzo il lettore rischia di perdersi. Il libro vuole far ridere? (“Oh, Mimmohhhh”). Vuole far riflettere? (“Tu di noi Rom non sai tante cose”). O vuole spaventare? (“Precipitò giù  dalla  gradinata e rimase esanime:gli occhi erano aperti,un rivolo di sangue gli colava dalla bocca. Capì che era morto”).
Faccio un altro esempio per rendere meglio l’idea. Nella presentazione iniziale lei si firma “dott. Luca Minguzzi”. Ora, deve tener presente che tutto ciò che contorna un romanzo, in un certo qual modo, ne fa parte, incluse le introduzioni e le dediche. Ad esempio, in un romanzo dallo stile ironico quel “dott.” sarebbe risultato un divertente e autoironico appellativo (con tutto il rispetto per la sua laurea, beninteso). Al contrario, in un romanzo più serio quel “dott.” sarebbe risultato un giusto appellativo per indicare che l’autore era una persona laureata e competente in materia. Ora, proprio perché non è chiara l’impronta che voleva dare alla storia, io ( e può darsi che sia stata una mia impressione e basta) non so come interpretare quel “dott.”. Capisce cosa intendo?

Non voglio ancora arrivare alle note di merito e ai complimenti (quelli non servono a niente, almeno non quanto le critiche e i suggerimenti), ma farle qualche altro esempio di incoerenze.

Le parlo del narratore. Il narratore de LA ZINGARA è “onnisciente” e racconta i fatti come se vi avesse assistito da una platea. In questo caso bisognerebbe dimenticare completamente i propri gusti, la propria maniera di parlare, i propri intercalari o semplicemente i propri pareri. È questo l’obbiettivo di un buon scrittore, è molto difficile ma bisogna provarci. Per questo nella sua revisione le consiglio di eliminare ogni frase nella quale con una obiettiva analisi ritrovi “Luca” o l’ombra di “Luca”. Mi vengono in mente un paio di esempi: pag 161 “la puttana”; pag 32 “passargli qualche spagnola”. Capisco che il narratore dica queste parole perché è come se le dicesse Mimmo, ma non è chiaro, e rischia di presentare una visione della donna che io (e molti altri lettori) non condividiamo… Il processo di “depersonalizzazione” del quale le parlavo può e deve subire delle modifiche, a volte il narratore parla con la bocca del protagonista ma deve essere più chiara la distinzione nel resto del romanzo. Attraverso le parole del narratore si possono sentire quelle del protagonista se si gioca con abilità, ma non è una cosa facile giocare con le parole, si finisce sempre che loro giochino con te.

Altro punto carente: la caratterizzazione dei personaggi. Bisogna che ci lavori un po’ di più. Ottimo lo spunto iniziale nel far parlare Khira in maniera infantile, con errori grammaticali (questa volta volutamente inseriti). Denotava una caratterizzazione della zingara, mostrava le sue difficoltà nell’esprimersi in maniera corretta in italiano. Era insomma una personalizzazione della scrittura, il primo passo verso un bel romanzo. Ma poi? Perché non ha continuato?

A tal proposito, per farle capire cosa intendo, le suggerisco di leggere un libro di Jonathan Safran Foer, OGNI COSA È ILLUMINATA. In questo libro ci sono le lettere di un ragazzo polacco scritte al protagonista, piene di errori grammaticali e di sintassi, che risultano divertenti e nello stesso tempo caratterizzano quel personaggio.
Considero il suo romanzo una pietra grezza che uno scultore si è procurato con non poche difficoltà, ma che dovrà essere lavorata e rifinita prima di diventare una statua. Per questo le dico, infine, che a mio parere il libro potrebbe acquistare valore e spessore ma soltanto dopo la revisione di tutti i punti sopraelencati.

Un altro consiglio: adesso che si è sfogato giocando con la vita dei suoi personaggi (anche io l’ho fatto con il mio primo romanzo) lasci che siano loro a decidere, il risultato sarà molto più naturale e piacevole.

Le parlavo di meriti:

1 “Bicchieri drogati”, è una bella immagine metaforica per indicare che all’interno c’era della droga. È la prova che se vuole sa come personalizzare la sua scrittura.

2 Complimenti per come è riuscito a descrivere il potere manipolatore delle donne, che forse sono tutte come Khira, anche se non usano il vero fuoco…

Frank Iodice

Altri argomenti che potrebbero interessarti:

I commenti sono chiusi.