Luigi Cenci medita il suicidio: non ha un posto nel mondo né sa dove cercarlo. Ha trent’anni, pochi capelli, molti debiti, e ancora naviga nelle onde incerte dell’adolescenza; è senza ombrello in una giornata di pioggia incessante, la sua vita gli appare vuota come le sue tasche, la carriera di scrittore franata sul nascere, le donne sfuggenti, gli amici una consolazione insufficiente, gli affetti familiari un motivo in più per provare un insopportabile senso di colpa.

A imprimere una svolta alla sua vita saranno Nadine, una ragazza ungherese bella e salvifica come la Beatrice dantesca, e uno scrittore vecchio e malato, Nuvoloni, che lo incaricherà di assisterlo nella stesura della propria biografia. E’ però difficile per Luigi Cenci credere che veramente la vita gli possa sorridere: cosa vuole da lui Nuvoloni? Perché ha scelto proprio lui per scrivere quella che sembra la confessione di qualcosa di terribile? E perché mai Nadine dovrebbe amarlo?

La storia raccontata in prima persona dal protagonista si svolge a Milano nell’arco di un mese.

La vicenda è scandita dalle visite allo scrittore, alternate ad incontri a volte poco funzionali all’economia del racconto (come ad esempio quello con una insegnante delle medie) e a volte veramente efficaci ed esemplificativi del carattere di Cenci: l’episodio in cui acquista dal tabaccaio uno sparuto mazzo di girasoli appassiti per farne dono a Nadine o quello in cui apre il frigorifero e si trova davanti cibo avariato e fetido.

I luoghi sono quelli di uno squallido alberghetto di periferia dove Cenci affitta una stanza dopo aver venduto il monolocale che non riusciva a pagare e dove vive anche Nadine, l’amante del proprietario dell’albergo; la casa dello scrittore Nuvoloni; i giardini dove continuano a incontrarsi Cenci e i suoi amici, quasi a voler continuare i riti dell’adolescenza (canne, chiaccherate, battute).

I personaggi secondari, raccontati e descritti dal protagonista, si dividono in due categorie: quelli maschili sono ben caratterizzati, dotati di individualità e nello stesso tempo emblematici di una cultura e di un’epoca; quelli femminili (Elisabetta, la figlia di Nuvoloni, Elvira, l’infermiera) sono invece meno credibili, meno autentici, un po’ forzati tanto che nei dialoghi si ha l’impressione di qualcosa di falso e di stonato.

Il tema centrale del romanzo è il rapporto stretto tra l’incapacità di vivere e le difficoltà della scrittura, tanto che la scrittura e l’amore, che Cenci ha sempre inseguito senza raggiungerli mai, si imporranno alla fine con forza sorprendente e lui potrà fuggire da una Milano grigia e opprimente per dirigersi verso Parigi. Tuttavia, anche se dalle pagine di questo romanzo sembra affiorare una dimensione romantica, quello che lo contraddistingue è un’ironia drammatica e divertente allo stesso tempo.

Ironia e sarcasmo, autodenigrazione, involontarie e sincere ammissioni di sentimento: Luigi Cenci è un duro finto, alla John Fante, un uomo senza qualità ma senza dimensioni tragiche, un personaggio pirandelliano che però non ha mai raggiunto la maturità, un Jack Frusciante cresciuto troppo e in modo sbagliato, l’erede dello sveviano Zeno Cosini con il quale condivide l’inettitudine oltre al malizioso significato del nome: Cosini è una piccola “cosa”, Cenci si vede come uno straccio di uomo, un “cencio”, appunto. L’amara comicità che contraddistingue tanti personaggi del romanzo del Novecento è presente anche in questo lavoro di Alessandro Ciuffreda e la sua abilità è tale che il lettore si commuove e sorride allo stesso tempo, e un po’ si sente superiore a questo disadattato che racconta le sue giornate, un po’ avverte di assomigliargli.

La scrittura di Alessandro Ciuffreda è ricca di invenzioni e di immagini trascinanti (“un’ombra succube dell’inclinazione della luce”, “un’anima daltonica”) e i suoi personaggi, soprattutto quelli maschili, sono tratteggiati con la sapienza di chi sa bene quanto sia contraddittoria, buffa e misteriosa l’anima umana. Stupiscono pertanto espressioni improprie come “solcare una porta” o generiche come “la casa era arredata con gusto” o, peggio, altre che si allontanano e contraddicono il registro informale usato: “… avevo rubato sui loro volti un’espressione veramente serena, libera da quel senso di costrizione che appariva invece evidente tra le pieghe di qualunque nostro sorriso” e “una sofferenza alberga nel cuore”

La forza di Ciuffreda risiede nella sua capacità di sedurre il lettore e di tenerlo in pugno sino alla fine con un intreccio ben congegnato. La colpa dello scrittore Nuvoloni, infatti, viene svelata solo alla fine e non è solo la soluzione del mistero ma anche la forma del riscatto di entrambi, Cenci e Nuvoloni .

E’ un vero peccato, perciò, che refusi e improprietà sintattiche (un uso scorretto del congiuntivo, un’interpunzione incoerente) “sporchino” le pagine della sua narrazione.

Con una revisione molto accurata e molto attenta, il romanzo potrà forse raccogliere i consensi che la creatività del suo autore sembra meritare.

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